Amo il tizio brutto, settore 223 fila 6 posto 3, perché mi abbraccia quando mi vien da piangere.
Amo la notte di Marsiglia, per il suo significato etico e politico.
Amo lo scarto esistenziale tra essere e voler essere.
Amo vedere il giardinetto di Nordika con gli occhi delle persone che amo.
Amo Hector Raúl Cúper.
Non ho mai incontrato nessuno dei miei del resto radi amori come li si incontra nei film romantici francesi: casualmente, con quell'aura di predestinazione, con un incrocio improvviso di sguardi o di parole che si incastrano immediatamente, immediatamente attraenti e decisivi, in un ascensore, su una panchina, in treno... i miei sono sempre stati amori lenti, figli decimini di lunghe frequentazioni.
Penso, dunque, ormai, di essere immune ai "colpi di fulmine".
L'unico incontro da film romantico francese della mia vita fu con il mio più grande amore letterario.
Non so se l'ho già raccontato, il mio miracoloso incontro con lui.
Ero un giovanissimo consigliere di biblioteca per la minoranza circoscrizionale (il mio più prestigioso incarico politico, dovuto – penso – ai miei lunghi silenzi, alla mia miopia essenzialmente libresca e alla mia tendenza innata a impiegare tempo gratuitamente e volentieri in gesti futili, lenti e prolungati, tipo le passeggiate; tutti requisiti giudicati acconci al compito, molto più di quanto non lo fossero gli impazienti ardori dei miei compagni).
Durante una riunione pallosissima su non mi ricordo che cosa (penso l'organizzazione di un concorso di disegno per le elementari. Certamente non fu la polemica su Richard Scarry, che, invece, mi appassionò molto: a me piaceva tantissimo Scarry, e volevo che si comprasse l'opera omnia, ma una professoressa di disegno si opponeva, perché diceva che diseduca l'occhio artistico dei bambini, dal momento che il suo tratto privilegia la linea sul colore; ai figurativi dovrebbe essere inibito l'accesso agli organi direttivi di istituzioni letterarie), durante una riunione pallosissima, insomma, io mi ciondolavo, del tutto disattento, cercando di stare in equilibrio solo sulle zampe posteriori della sedia; quella specie di pigra, sbracata e svogliata impennata che mi è sempre piaciuto praticare.
Tanto che mia madre, quando ero piccolo, mi diceva sempre, con la sua affettuosa bonomia toscana, "se cadi e batti la nuca vedi almeno di rimanerci secco, perché non ti voglio tra le palle paralitico".
Mi ricordo che in biblioteca c'era la moquette, per cui il rischio di scivolare e farmi male era ridotto; nonostante questo, o forse proprio perché ero troppo sicuro di me, persi l'equilibrio, e per non cadere all'indietro mi aggrappai al montante di una libreria alle mie spalle. Il movimento fece cadere un libro da uno scaffale in alto; il libro mi finì in testa; poi, di striscio, cadde sulle stanghette degli occhiali, che finirono per terra; e quasi anche io, mentre cercavo di prendere al volo sia gli occhiali, sia il libro; il tutto mentre gli altri commissari, interrotta la discussione, mi guardavano in silenzio, un po' con lo stesso sguardo con cui convitati del Party guardano Hrundi Bakshi che fa "birdie! birdie! num num!" nel microfono della centralina di controllo della villa.
Il libro che mi aveva fatto male cadendomi in testa era un mondadori rilegato bianco, con una bella copertina pop-art di Liechtenstein, con le facce colorate di bianco con dentro i pallini rossi.
(A proposito del predominio della linea sul colore, come la mettiamo con la pop-art? Minchia, non mi va ancora giù, quella storia).
Il nome dello scrittore pareva tedesco, e il titolo molto bello: "Madre notte".
Una volta che gli altri commissari si furono rituffati nella discussione sulla scelta tema del concorso, tipo se "la Resistenza", "la Mia Famiglia" o "il Grafico del Mio Primo Fondo di Investimento" (erano gli anni di passaggio dall'egemonia culturale e politica catto-comunista a quella craxiana), io cominciai a interrogare quel libro, dapprima con lo stesso umore che avrei scendendo di macchina con il modulo blu dopo essere stato tamponato da uno che non ha rispettato lo stop; poi, via via, (a proposito di amore a prima vista e di film francesi), sempre più con l'atteggiamento che avrei se scoprissi che il tizio che guida così malamente in realtà è una mia ex compagna delle elementari che, riempiendo il modulo, cominciasse a raccontarmi con occhi sognanti di come il suo tempo ormai si divida, sempre alla ricerca del grande amore, tra attività concertistica, attivismo pacifista, studio dell'epigrafia greca, escursionismo e pose per le foto pubblicitarie di Lancôme; e che poi dicesse anche che, in realtà, è sempre stata innamorata di me fin dal primo momento, e mi facesse vedere, soffondendosi di tenue rossore, la mia faccina ritagliata dalla foto di classe, tenuta sempre nel portafoglio; e, infine, cerchiasse cinque o sei volte con il matitone il suo numero di telefono vergato nell'apposito spazio del modulo blu.
(Vado tuttora pazzo per le fantasie adolescenziali).
Questo, perché Madre Notte è un libro bellissimo, uno dei più belli che io abbia mai letto sulle dittature e sulla creazione del consenso; poi, perché la lingua di quello scrittore si spalmava sul mio cervello come burro sul pane caldo; infine, perché, fin dall'introduzione, quella intelligenza insieme vivida, mesta e divertita mi parve l'unica intelligenza per cui sarebbe valso davvero la pena di vendere l'anima al diavolo.
Di fronte alla scrittura di Kurt Vonnegut io mi sento come un'adolescente grassoccia e brufolosa che guarda le foto delle ragazze di Cosmopolitan mentre mangia patatine fritte intinte nella nutella, e pensa: "perché io non sono così"?
Bene. Fatte le presentazioni, veniamo al dunque.
Cronosisma è uno dei suoi ultimi libri, quelli in cui la sua intelligenza diventa sempre meno divertita e sempre più amara. In quel libro c'è un bellissimo passo, in cui K. riflette sulla fama, sui riconoscimenti pubblici, su come la percezione del mondo sia distolta dalle cose veramente importanti, e indirizzata su fattori inessenziali, da un sistema mediatico deteriore, come fa un prestigiatore per perpetrare i suoi trucchi.
Su come il prestigio di una persona, spesso, non abbia a che fare con le sue vere azioni e con la sua vera natura, ma, piuttosto, sia funzione di quello che un sistema di potere ritiene strumentale, in un certo momento, ai suoi interessi.
La grande fama che ebbe Sacharov in occidente, per un certo periodo, secondo Vonnegut, era proprio una fama di questo tipo: indotta non dai meriti del fisico, ma dalla necessità dell'occidente di costruire idoli anti-sovietici.
Ma sentite quello che dice Vonnegut di Andreij Sacharov:
Immaginatevi questo: un tizio realizza una bomba all'idrogeno per un'Unione Sovietica in paranoia, si assicura che funzionerà, e poi si becca il Nobel per la pace! Questo personaggio reale, degno di un racconto di Kilgore Trout, era il fisico Andrej Sacharov.
Sacharov vinse il Nobel nel 1975, per aver chiesto di interrompere la sperimentazione di armi nucleari. Ovviamente la sua l'aveva già abbondantemente sperimentata. Sua moglie faceva la pediatra! Che tipo di persona può perfezionare una bomba all'idrogeno quando è sposata con una specialista nella tutela della salute dei bambini? Che tipo di pediatra resterebbe al fianco di un compagno che sia andato fuori di testa?
"Successo niente di interessante oggi, amoruccio?"
"Sì. La mia bomba farà un figurone. E tu a che punto sei con quel caso di varicella?"
Nel 1975 Andrej Sacharov era una specie di santo, fatto che oggi, finita la Guerra Fredda, hanno smesso di strombazzare. In Unione Sovietica era considerato un dissidente. Aveva manifestato per la cessazione della sperimentazione e della produzione di armi nucleari, e anche per una maggior libertà al suo popolo. L'avevano cacciato dall'Accademia delle Scienze dell'URSS. Era stato esiliato da Mosca in uno sperduto buco del permafrost.
Non gli era stato consentito di recarsi a Oslo per ricevere il Nobel per la pace. In sua vece lo ricevette la moglie pediatra, Elena Bonner.
Ma non sarebbe il momento di chiederci se lei stessa, o qualunque pediatra o medico, meritasse il Nobel per la pace più di chiunque avesse avuto una parte nella realizzazione di una bomba H per qualsiasi nazione del mondo?
Diritti umani? Esiste qualcosa che più di una bomba H sia indifferente ai diritti di qualunque forma di vita?
Nel giugno del 1987 a Sacharov venne conferita una laurea ad honorem dallo Staten Island College di New York City. Ancora una volta i suoi governanti non permisero che la ricevesse personalmente. Sicché fu chiesto a me di farlo per conto suo.
Avrei semplicemente dovuto leggere il messaggio che Sacharov aveva inviato. Il messaggio era il seguente: "Non cedete sull'energia nucleare." Lo lessi come un robot.
Fui talmente educato! E questo avveniva un anno dopo la più letale calamità nucleare mai avvenuta su questo folle pianeta, a Chernobil, Ucraina. Per anni e anni nell'Europa settentrionale ci sarebbero stati bambini malati o peggio a causa delle radiazioni. Un sacco di lavoro per i pediatri!
Decisamente più incoraggiante per me rispetto alla ridicola esortazione di Sacharov fu in quei giorni il comportamento dei pompieri di Schenectady, New York. A Schenectady ci lavoravo. I pompieri scrissero una lettera ai loro colleghi di Chernobil, congratulandosi per il coraggio e la dedizione dimostrati nella loro opera di salvataggio di vite umane.
Urrà per i pompieri!
Benché alcuni di loro riescano a essere la feccia della terra nella vita quotidiana, si trasformano in santi nelle emergenze.
Urrà per i pompieri.
Sì, caro caro Kurt. Urrà per i pompieri, urrà per i pediatri, urrà per gli umili eroi di ogni giorno.
E fanculo, fanculo i maniaci teste di cazzo che diventano santi perché sono strumentali a qualche disegno politico, più o meno deteriore.
Pippa Bacca era un'artista la cui opera era attraversata da incredibile levità.
Pippa Bacca aveva un progetto un po' pazzo, ma pieno di grazia e di tenerezza. Voleva andare in Palestina in autostop vestita da sposa, per portare una testimonianza di pace.
Nulla di diverso da quello che facevano un sacco di giovani negli anni sessanta e settanta: andavano in India in autobus, o in autostop, per lo stesso motivo. Forse, allora, il mondo era meno cattivo; fatto sta che, come un sacco di cose piene di grazia e di tenerezza, anche questa idea un po' pazza è finita male; non ha mostrato un adeguato sistema immunitario: fiore calpestato da incongruo e indifferente stivale.
Se ce l'avesse fatta, nessuno l'avrebbe saputo, penso. Il suo quieto, lieve, pazzo eroismo (perché di eroismo si trattava, visto come è andata a finire) pieno di grazia e di tenerezza, sarebbe rimasto aneddoto per pochi. Anche questo, a mio avviso, è molto crudele.
Ma provate a leggere i commenti sulla rete, ufficiali e non, sulla vicenda! Commenti del tipo "c'era da aspettarselo", "se l'è cercata"; cose così.
Come se la crudeltà del mondo fosse colpa di chi la patisce.
Pensate, poi, a un paradosso: un ragazzo va via dalla sua casa, mettiamo, di Badìa Polesine, vestito di verde marcio, insieme a un sacco di altri ragazzi vestiti allo stesso modo, per portare in quelle terre martoriate, fucile alla mano, con metodi di cui non riesco assolutamente a afferrare la logica, un "messaggio di pace e di civiltà": se viene ammazzato, gli dedicano una via, il presidente va a riceverne la salma, nelle riunioni pubbliche si osserva un minuto di silenzio, la mamma stordita dal dolore viene onorata, e riceve una bella medaglia da un signore serio e compunto vestito anche lui di verde marcio, (una medaglia così bellina da mettere accanto alla foto, signora, che lui ne sarebbe tanto orgoglioso!), e così via.
Una ragazza piena di idee e di coraggio lieve e aggraziato va via dalla sua casa, mettiamo, di Milano, vestita di bianco, insieme a una ragazza vestita allo stesso modo, del tutto caste e inermi, per portare, con metodi che mi paiono assai più logici, comprensibili e condivisibili, un messaggio di pace in quelle terre martoriate: se viene ammazzata, l'imbarazzato silenzio viene rotto solo da idioti commenti quasi di scherno, tipo "minchia, ma che razza di cagata che ha fatto 'sta qui". *
Non è, ancora una volta, la storia di Andreij Sacharov e Elena Bonner?
Kurt Vonnegut mi ha svelato, nel corso della mia vita, da quel bozzo in testa in poi, la vera natura di un sacco di cose; e davvero, davvero, dio lo benedica.
(Per concludere con un suggerimento utile questo fin troppo lungo post, posso solo consigliare caldamente ai miei lettori che, prima di esporsi in azioni pubbliche di qualche pericolosità, indipendentemente da quanto siano più o meno prive di senso, si accertino per bene che la loro azione sia sufficientemente strumentale rispetto a interessi sufficientemente potenti).
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* Inutile precisare che, nel mio mondo ideale, le reazioni pubbliche sarebbero del tutto invertite.

Premetto che mi importa pochissimo del risultato di queste elezioni, per tre motivi:
1) Non mi riesce di essere dispiaciuto per conto e per colpa di una classe dirigente che per due volte ha vinto le elezioni, con un candidato assai più che decente, e che per due volte ha dilapidato questo capitale in incomprensibili e continue tensioni interne. Che non sa costruire una proposta convincente né per il Nord, né per il Sud. Trovo, anzi, molto salutare che, in gran parte, quella classe dirigente sia stata spazzata via. Li ho votati educatamente, ancora una volta, e li rivoterò a ottobre, alle regionali (sono curioso di sapere quale fenomeno da baraccone presenteranno questa volta per la presidenza), ma di più non chiedetemi.
2) Dal momento che io sono, per ora, un fottuto privilegiato, dal punto di vista pratico da qui in poi la mia vita non cambierà in nulla. Se, per assurdo, fossi stato tenuto all'oscuro del cambiamento di regime politico nel 2006, non me ne sarei potuto accorgere attraverso nessun dato esperienziale; non mi si sono schiusi nuovi e inaspettati spazi di libertà; sono sicuro che non noterò alcuna modificazione nella mia esperienza di vita neanche da qui in poi. Le cose sarebbero molto diverse se fossi un immigrato, ma di questo parlerò piuttosto dopo, nel nodo centrale di questo intervento.
3) Come ho già detto qui, considero Berlusconi un epifenomeno. Il prodotto, non il responsabile, dello stato di devastazione della società italiana. Il fatto che lui ci sia o non ci sia non cambia il grado di arrogante indecenza e inciviltà che la connota. Gli dà, è vero, legittimazione e visibilità politica, ma non è certo questo il guaio peggiore. Disperarsi per l'avvento di Berlusconi è come preoccuparsi del giramento di testa invece che del tumore al cervello.
È un sintomo che dà fastidio ai bempensanti, magari; ma io non sono un bempensante.
Ma non avrei scritto questo post solo per dire queste cose, che, se non interessano me, immagino quanto possano interessare gli altri.
Volevo, invece, portare un piccolo contributo di riflessione sull'evento più interessante, dal mio punto di vista, di queste elezioni: l'entità del consenso elettorale per la Sinistra Arcobaleno, che considero straordinariamente vasto, per i motivi che dirò in fondo, e troppo benevolo, per i motivi che dirò ora.
1) Il 4 dicembre 2007 il Presidente della Camera definì Prodi, senza alcun motivo plausibile, "il più grande premier morente". Un gesto lieve, ironico e cólto, nello stile del personaggio. Senza conseguenze pratiche, ma che tolse l'ultimo fermo che teneva su la traballante diga dell'Unione. Un'ironia cattiva, fuori luogo e, soprattutto, miope e ingrata, visto che la fine politica di Prodi ha segnato la fine di un soggetto che traeva dalla visione dell'ex presidente del consiglio l'unica ragione e possibilità di esistenza. L'assurda pretesa di poter sussistere come forza parlamentare al di fuori di un progetto di governo è la riprova di questa miopia politica.
Questo ha probabilmente sottratto alla SA il voto di coloro che avevano votato per i partiti della Sinistra, ma che vedevano in Prodi, oltre che un uomo serio e dignitoso, anche l'ultima occasione per dare serietà e dignità magari non al Paese, ma quanto meno alla sua facciata istituzionale. Come vedo che ha detto benissimo Prodi oggi: "si dorme nel letto che si è preparato".
2) Il 9 marzo, in un'intervista al Manifesto, il Presidente della Camera dichiara testualmente che la scelta obbligata della Sinistra è verso la centralità dei partiti in una repubblica parlamentare e proporzionale. Ora, il movimento progressista mondiale è sfaccettato e diviso. Ma su una cosa, secondo me, concorderebbero Obama, Zapatero, Veltroni, Chavez, Lula, Morales, Kirchner e Brown, e cioè che il partito novecentesco non è in grado di affondare la lama nel cuore del presente. Cito un bellissimo passo di uno dei miei guru, Henry Jenkins, riferito a Obama: "il fatto di avere una visione non focalizzata e non definita è molto più un vantaggio che un limite: il suo ruolo è piuttosto quello di innescare un processo sociale e relazionale tale per cui sia più facile, una volta innescatolo, trovare soluzioni a problemi che appaiono irrisolvibili. Il compito di Obama è più quello di preparare uno stub di Wikipedia – uno spazio sul quale noi possiamo focalizzare il pensiero e il potere di indagine, nel quale poter lavorare insieme sulle soluzioni possibili – che quello di riempirlo".
La visione irrimediabilmente vecchia denunciata dall'intervista al Manifesto è figlia del vizio originale che macchia la maggior parte dei partiti che hanno aderito alla SA: la nostalgia per il PCI. Per la Sinistra e il Partito con le iniziali maiuscole. Nostalgia legittima, per chi ne ha vissuto in prima persona la storia e il doloroso trascorrere, ma, da una parte inutilizzabile per costruire efficaci alternative politiche e, dall'altra incomprensibile per chiunque, avendo meno di trentacinque anni, il PCI non ha mai potuto votarlo.
E ancor di più incomprensibile deve essere apparsa a chi, al voto per la prima o la seconda volta, non ci ha mai nemmeno vissuto insieme; a chi è abituato a vivere senza alcuna attitudine e abitudine alla mediazione politica i rapporti di sfruttamento (e anche le lusinghe accattivanti) della contemporaneità. Per queste persone, penso, potrebbe forse essere attraente un modello quale quello proposto dal '68, un esempio di come opporsi all'indegnità del proprio tempo attraverso la mobilitazione autonoma della coscienza e dell'immaginazione, assolutamente capace di trasformarsi in diritti concreti e in pretesa di uguaglianza; ma mai una ricetta così rigida e precostituita come "la centralità del Partito".
Questa sclerosi ha probabilmente sottratto alla SA il voto di chi richiede alla politica una leggerezza non di impegno, ma di modelli precostituiti; meno intervento, ma più possibilità di intervenire sulla realtà in maniera pragmatica e effettuale.
3) Parlavo come prima di come, per tutti i "non privilegiati", la situazione politica costituisca davvero, al contrario che per me, una variabile determinante sulla qualità della propria vita. Un esempio banale è la tassa di 72 euro, creata dal protocollo tra lo Stato e le Poste sotto il governo Berlusconi, per il rinnovo del permesso di soggiorno. Per una famiglia di cinque o sei persone, il rinnovo del permesso diventa una spesa enorme, insostenibile: cosa assurda, dal momento che rappresenta l'esercizio di un diritto essenziale.
Il governo di Centrosinistra si è ben guardato dal rimuovere questo protocollo.
Io non so se il Ministro della Solidarietà Ferrero si sia speso per farlo, ma già non saperlo è, a mio avviso, gravissimo; voglio dire, passi i Dico, passi la pillola abortiva, battaglie che avrebbero provocato, probabilmente la caduta del governo: ma non aver fatto almeno (almeno!) di questo punto una battaglia civile pubblica e qualificante della sua azione di governo (un bordello della madonna, insomma) è per la SA peccato molto grande: dimostra come, in effetti, ci sia una certa sconnessione tra visione del mondo di questa élite e i problemi "reali" dei diseredati. Un altro esempio di questo scollamento è la proposta della SA sul caso Alitalia, la "rinazionalizzazione". In pratica, la SA si è dichiarata contraria a quel processo liberalizzante del volo aereo che ha portato alla vera "democratizzazione" di questo mezzo di trasporto; un processo grazie al quale milioni di "giovani", di "proletari" e di "precari" hanno potuto cominciare a viaggiare davvero, e a ampliare la propria visione del mondo. Io mi chiedo: che senso ha non fare un cazzo per eliminare un'iniquità così palese come il protocollo, e invece battersi contro un modello di aviazione civile che ha portato a una vera democrazia del trasporto? Che attraenza possono avere queste idee?
L'azione pragmatica dei partiti che hanno poi aderito alla SA ha probabilmente sottratto a essa il voto di chi si sarebbe aspettato, negli anni in cui hanno governato, soluzioni concrete perché il suo mondo fosse da un lato più giusto, e dall'altro con più cose belle e divertenti che si potevano fare.
Tolte queste tre categorie di persone dal 12% che rappresentava il bacino elettorale originario dei partiti fondatori, rimane quel 3% di fricchi, di altoborghesi un po' snob, di antipolitici idealisti, di nostalgici, di confusi in cerca di conferme identitarie e di bastian contrari a priori. Lo stesso elettorato di Democrazia proletaria negli anni '70 e '80, insomma; un elettorato sottratto all'astensionismo solo dallo stimolo di una vaga testimonianza ideologica. E siccome DP prendeva tipo l'1%, considero il risultato della SA straordinario e lusinghiero, dovuto indubbiamente alla brillantezza della sua leadership. Le auguro solo, di tutto cuore, che non lo dilapidi troppo in fretta.
È il film nel quale esordì Sharon Stone nel 1980, leggo ora, da qualche parte, su internet. Una parte minuscola, praticamente un'unica inquadratura.
Non lo sapevo che fosse Sharon Stone, ma la sua sfolgorante bellezza, probabilmente, ha contribuito a far entrare quel piano sequenza nell'antologia personale di scene che girano a rullo nella mia anima, di alcune dei quali non saprei nemmeno più dire da che film provengano.
Può darsi che proprio lei me l'abbia fatta ricordare, allo stesso modo nel quale si ricorda un sogno strano solo perché, tra tutto, sopravvive il senso di bellezza provocato da un particolare, ormai divenuto, insieme al resto, affatto confuso.
Proprio all'inizio di Stardust Memories, si vede Woody Allen su un treno, in una carrozza piena di esseri malati, deformi o grotteschi, che sembrano usciti da un quadro postbellico di Otto Dix. Mentre un orrendo controllore gli fora il biglietto, Woody vede un treno fermo sul binario accanto, all'interno del quale si sta tenendo una festa; un treno pieno di gente meravigliosa e divertita. A un certo punto, da un finestrino di quest'ultimo convoglio, una ragazza bellissima lo vede, e gli lancia un bacio, con un gesto della mano.
Ora so che quella ragazza è Sharon Stone, e che, proprio grazie al fatto di mostrare al mondo per la prima volta quell'attrice, questo frame è diventato quasi un aneddoto.
Mi ricordo benissimo l'espressione di Woody Allen in quel momento: non inorridita dalla vista dei suoi compagni di viaggio, né resa invidiosa, o ammirata, dalla vista di quella ragazza; piuttosto, una faccia stranita dalla consapevolezza di essere salito sul treno sbagliato, e di essersene accorto troppo tardi per poterci fare qualcosa; lo straniamento stupefatto di chi ha appena compiuto, per incuria, leggerezza, o colpevole ignoranza, un gesto che gli renderà, in qualche maniera, più brutta la vita.
Proprio quella scena che mi è venuta in mente ieri sera, seguendo il sentiero televisivo dei destini incrociati di Milan e Inter. Probabilmente perché avevo la stessa espressione. Non addolorata per la nostra sconfitta incredibile; né invidiosa per la festa di abbracci rossoneri che stava andando in onda sul treno accanto. Solo stranita dalla consapevolezza - mai in vita mia resa così vivida come ieri sera, nemmeno dopo lo 0-6, nemmeno dopo le due eliminazioni nei derby di Coppa - solo stranita dalla consapevolezza, dicevo, che mio padre, in quel settembre del 1970, mi abbia fatto salire, irrimediabilmente, sul treno sbagliato.
Mentre venivo qui, ho visto la tipa del carrettino dei polli arrosto del mercato appoggiata al bancone con faccia triste, mentre sugli spiedi girava sparuto qualche polletto.
Voglio dire, a me piacciono questi ricorrenti attacchi di panico collettivi, che tipo ti tirano dietro il pollo o la bistecchina, e che per qualche ventino mi faccio delle gran pentolate di curry di pollo e mele.
Però, che tristezza.
La psicosi pollofobica degli Italiani, se per un momento si usano per analizzarla piuttosto occhi di cittadino, anziché pancia soddisfatta e assolutamente individualista di homo oeconomicus, a ben vedere si iscrive in quell'ansia antiscientifica e anti-illuministica che sta attanagliando il nostro Paese; quella che ha avuto come definitivo momento di statuizione la rinuncia, da parte dei tre quarti del popolo italiano, a formarsi e a esprimere un'idea su un tema decisivo per un cittadino del terzo millennio, come quello delle modalità procreative; si iscrive nell'abbandono pigro al qualunquismo (opportunista) di chi predicava che i quesiti fossero troppo difficili per la "gente": come se non fosse un dovere, oltre che un diritto, farsi un'idea su temi così pressanti e centrali per il futuro di ciascuno, e un dovere, oltre che un diritto, dire la propria nella formazione degli statuti civili, giuridici e filosofici della modernità.
E allora, porco cazzo, quando dici per un anno alla "gente" che non deve badare agli apprendisti stregoni in camice bianco asserviti a fredde logiche di profitto, e le fai affettuosamente capire che è troppo stupida per farsi una ragione su un tema che dovrebbe essere invece vicino alla coscienza, come quello della procreazione assistita, e che è meglio che offra il suo delicato capino al ridente sole di giugno piuttosto che a aride e intricate questioni etiche e scientifiche, e che il cazzonismo improvvisazionista e approssimativo della "cultura della vita" è bello e amichevole, e che il freddo rigore del metodo scientifico ("cultura della morte"?) è brutto e cattivo, ora quella stessa "gente" dovrebbe all'improvviso diventare esperta di immunologia e fidarsi di un'affermazione sospetta e anti-intuitiva come quella che nessun virus può sopravvivere alle temperature di cottura? Ma figuriamoci.
Come fai a spiegare che no, che questa volta le affermazioni degli scienziati non sono asservite a fredde logiche di profitto, ma sono buone e giuste?
Ma porco cazzo, perché Ruini e Ratzinger non fanno il bel gesto, almeno, di farsi riprendere dagli adoranti e pedissequi cronisti vaticani con un coscione di tacchino in bocca, visto che sono loro le massime autorità scientifiche e morali del Paese? Monsignori, fatevi riprendere nel corso di una bella eucaristia aviaria: l'Italia vi ringrazierà.
Il sentimento di diffidenza contro ogni principio di ragione e contro ogni affermazione che provenga dalla "comunità scientifica", dentro il quale pascolano all'ingrasso curie benevolenti e politici "cattolici", profittatori e senza scrupoli - entrambi troppo drammaticamente distanti dalle correnti motrici e dalle istanze della modernità, e quindi entrambi in cerca di strategie alternative e parassitarie di riproduzione -, esige e esigerà alla comunità della quale facciamo parte prezzi molto salati. Questo miliardo di euro perso dall'avicoltura è uno, ma non certo il maggiore, e non certo il più grave.
Non lo so da quanto tempo non sono più un vero lettore.
Penso, più o meno, da quando avevo venticinque anni. Fino a allora, ogni libro era l'apertura di un mondo; anche, in parte, in maniera indipendente dalle qualità intrinseche del libro stesso. Era l'allacciamento di nuove connessioni, l'ampliamento del mio orizzonte di pensabilità. Ogni nuovo libro mi scardinava. Avevo un'ansia onnivora, quasi febbricitante e indiscriminata. Una curiosità virginale e meravigliosa.
Poi, è successo qualcosa. I libri-mondo sono diventati sempre di meno. Divenne sempre più probabile che un libro, non appena lo incominciavo, mi ricordasse altre esperienze letterarie, piuttosto che spalancarmi le porte di una nuova possibilità di esistenza. Apriva, dunque, connessioni sempre più autoreferenziali e sempre meno signi-ficative. "Ah, ok, un altro minimalista americano". "Ah, ok, letteratura della finis Austriae".
Ogni cultura, se non si sfalda e non penetra a fare concime, e la mia penso che non l'abbia fatto, finisce per essere raggelante, o diventa fonte di pigrizia. Impermeabilizza il terreno. Consegna schemi entro i quali mettere le cose che si conoscono; e poi si cerca di utilizzarli anche per le cose che non si conoscono: schemi che rendono, quindi, il mondo apparentemente più semplice, e certamente più piatto.
Però, con le persone, mi è capitato il fenomeno inverso. Quando ero un ragazzo, applicavo alle persone lo stesso schematismo che ora temo di applicare ai libri. Avevo griglie ideologiche per classificarle, scale di valori precostituite, solide e rigide come le pese per i TIR che si trovano nelle piazze dei mercati e nelle aree di smistamento merci, che demarcavano a priori il terreno dell'incontro: le cose che mi sarebbe piaciuto fare con quella persona, quello che avrebbe potuto fare lei di me, le cose che ci saremmo potuti dire. Una specie di piano regolatore esistenziale da capitale sovietica. Invece, ora sono le persone a scardinare ultraeuclideamente il mio orizzonte di pensabilità, a eccitare la mia curiosità onnivora, a infiltrare nuove possibilità di (r)[i]esistenza nelle trincee carsiche della mia anima.
Non lo so se questi due fenomeni, opposti e reciproci, siano causati dalla stessa precessione equinoziale, ma spero di sì: in fondo, mi dispiacerebbe che il mio primo grimaldello sul mondo se ne fosse andato così, senza lasciare nemmeno un regalo sul cuscino.
"Ma che ci trovi nel tè? In fondo è solo acqua calda". Io sono teinomane, e ieri una mia amica ha creduto bene di infiorare la mia assunzione quotidiana di infusi vari con questa osservazione.
Che non è campata per aria. È vero. Il tè è acquetta e foglie secche. Come dicevo in una altra parte di questo diario, i libri di Proust in fondo sono cellulosa e inchiostro, il sesso è sfregamento di mucose, Jules e Jim è celluloide e nitrato d'argento, e il calcio è solo un gioco.
In effetti, ci sono due tipi di persone, al mondo. Quelle per le quali le cose aumentano di fascino smontandole e guardando come sono fatte, e quelle per le quali il loro fascino diminuisce. Per me, diminuisce. Per me nessuna cosa al mondo, se ridotta alle sue componenti elementari, mantiene il fascino che ha se la si guarda in sé. Il tutto è, generalmente, incomparabilmente più interessante della somma delle parti. Così come nessun ente guardato in sé mantiene il fascino che ha se se lo si considera come componente di una rete di relazioni con gli enti circostanti. Relazioni evidenti e nascoste. Io, da bravo neomarxiano, patisco il fascino delle sovrastrutture, e sono abbastanza ininteressato alle componenti.
È per questo, a ben vedere, che ho sempre ammirato Arrigo Sacchi. Arrigo Sacchi era il teorico della sovrastruttura. Il suo disinteresse per i singoli giocatori aveva qualcosa di mistico: la dichiarazione in seguito alla quale fu allontanato di gran fretta dal Milan, "o io o Van Basten", apparve talmente paradossale e eretica a tutti coloro che reggevano le sorti del club, esseri umani rigorosamente analitici, da rendere insostenibile la prosecuzione di ogni rapporto.
Però, per chi ricordi la partita di San Siro tra Milan e Real Madrid, o il 3-2 di Napoli, appare chiaro che miracoli come quelli non hanno nulla a che vedere con la forza dei singoli giocatori: che sono stati resi possibili solo grazie al tentativo apparentemente folle di applicare pragmaticamente una visione del gioco del calcio talmente distaccata dalle consistenze terrene del materiale umano a disposizione, dagli ingredienti, dai "componenti", da costituire l'esperienza più vicina alla metafisica che io abbia mai provato assistendo a un evento, non solo sportivo.
Purtroppo, il mondo è degli analitici.
Il governo e la conoscenza dei fenomeni locali e delle apparenze fisiche minute conferisce potere, mentre la visione metafisica del mondo conferisce, le poche volte che la conferisce, solo grandezza.
Però io e Arrigo gradiremmo che, almeno, ci lasciassero bere in pace il nostro tè.
Che è incomparabilmente più buono della congiunzione analitica tra acqua calda e erba secca.

Italians do it better.
E quindi stereofonia non vuol dire "suono doppio", o "suono diviso", come ci si potrebbe immaginare, e come viene inteso l'etimo secondo l'idea corrente, voglio dire, quando si usa "stereo" nel senso di "proveniente da più direzioni"; tipo "e che cazzo, smettetela di parlarmi in stereo". Stereofonia, invece, vuol dire "suono solido", "suono 3D".
Però la stereognosia ha anche un aspetto "stereo" secondo l'uso comune di questo prefisso. Non è che quando si fa della stereognosia su un corpo altrui è solo la mano a riconoscere un volto o una schiena o una gamba. Sono anche il volto la schiena e la gamba a ridefinirsi attraverso il contatto con la mano altrui. A riprendere in un certo qual modo esistenza e a riconoscere se stesse. Non solo si riconosce un corpo, ma gli si ridà, o gli si aggiunge, vita.
Come quelle cartine giapponesi tutte piegate, o come un risotto liofilizzato, che quando si buttano in acqua si gonfiano e formano un animale o un oggetto o un cibo compiuti e perfetti.
"Sarà anche magari che la geografia diventa un bel po' relativa per chi è clandestino migrante espatriato e costretto a prendere sempre delle strade secondarie e assurde per muoversi nel mondo."
È stato arrestato dai carabinieri e sarà rispedito nel suo Paese
Ruba motoscafo per tornare in Bangladesh
Il furto sul Lago di Como. È la storia di Homna Joey clandestino che aveva un unico desiderio: tornare a casa. È la seconda volta
LECCO - Pensava che al di là di là del lago di Lecco ci fosse il Bangladesh. O almeno che la via più veloce per raggiungere l'Asia fosse quella. Ha rubato un motoscafo e ha cercato di raggiungere la sua terra natia. Ma è stato prontamente bloccato da un gruppo di pescatori e poi arrestato dai carabinieri. E' la strana storia di Homna Joey, cittadino del Bangladesh, clandestino senza fissa dimora, che viveva a Mandello del Lario (Lecco) e che aveva un unico desiderio: tornare a casa.
IMPRESA Il giovane asiatico già due giorni fa aveva tentato l'impresa impossibile di tornare a casa attraverso il lago di Como. Anche in quel caso ha cercato di rubare un motoscafo ed ha provocato quasi una collisione tra motoscafi. È stato processato per direttissima ed è stato condannato a undici mesi con la condizionale. Ma Joey non si è dato per vinto e ha riprovato di nuovo a fuggire attraverso il lago. Ma è stato ancora una volta arrestato. Si è giustificato dicendo che non aveva i soldi per tornare a casa. Adesso sarà espulso e rimpatriato nel suo paese in aereo. Chissà se qualcuno gli dirà che per arrivare nel suo paese non bisogna attraversare il lago di Como.
Corriere della Sera - Cronaca di Milano, 25 luglio 2005
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Lì per lì fa ridere, questa notizia. Ma insomma, poi, pensandoci bene, quando un essere umano ha un desiderio grandissimo e impellente, è vero che non riesce a porre le obiezioni più ovvie e banali alle sue argomentazioni interiori, e ai progetti che si disegna dentro per realizzarlo. Che viene colto da una sorta di cecità localizzata a ostacoli invece evidentissimi per chi non sia affetto dal medesimo furore.
E poi, a ben vedere, quel ragazzo ci è riuscito davvero, a tornare a casa rubando un motoscafo sul lago di Como.
Data di nascita: 28 novembre 1963
Altezza: 1,75
Peso: 76
Ruolo: Ala destra - Tre quarti ala
Squadre di appartenenza:
1968-1973 per lo più Inter e Ajax, ai giardinetti di Settimo Milanese e in quelli di Piazza Tripoli. 12.256 presenze con 18.986 gol.
1973-1977 per lo più Inter e Olanda, con qualche presenza in Ajax e Arsenal, ai giardinetti di Piazzale Brescia. 5.659 presenze con 4.036 gol.
1974 Prima B, campionato scolastico della Scuola Media Bottego di Via Colonna, al Parco Trenno. 5 presenze, 3 gol.
1975 Seconda B, campionato scolastico della Scuola Media Bottego di Via Colonna, al Parco Trenno. 3 presenze, 1 gol.
1976 Terza B, campionato scolastico della Scuola Media Bottego di Via Colonna, al Parco Trenno. 6 presenze, 3 gol.
1977-1982 per lo più Collettivo Anarchico Beccaria, ai giardinetti di fronte al Liceo Beccaria, quelli di Nordika. 628 presenze con 432 gol.
1977 Quarta E, campionato scolastico della Liceo Ginnasio Beccaria, al campo del Giovanni XXIII. 3 presenze, 1 gol.
1978 Quinta E, campionato scolastico della Liceo Ginnasio Beccaria, al campo del Giovanni XXIII. 1 presenza, 0 gol.
1979 Prima E, campionato scolastico della Liceo Ginnasio Beccaria, al campo del Giovanni XXIII. 4 presenze, 2 gol.
1980 Seconda E, campionato scolastico della Liceo Ginnasio Beccaria, al campo del Giovanni XXIII. 3 presenze, 1 gol.
1981 Terza E, campionato scolastico della Liceo Ginnasio Beccaria, al campo del Giovanni XXIII. 5 presenze, 1 gol.
NB: in tutte le partite con la classe del liceo, il ruolo ricoperto è stato quello di terzino destro di spinta.
1982 CUS Pavia Rugby, serie C2, 0 presenze, 0 mete
1983 CUS Pavia Rugby, serie C2, 4 presenze, 1 meta
1984 CUS Pavia Rugby, serie C2, 9 presenze, 3 mete, 1 incisivo rotto
1985 CUS Pavia Rugby, serie C2, 5 presenze, 1 meta
1996 Torpedo Talpa Football Club, 1 presenza, 0 gol
Meno passionale che appassionato, a tratti sgradevole, fondamentalmente pigro. Sono afflitto da una certa timida imperizia nel vivere la vita, che viene presa per freddezza, e da un certo garbo nel commentarla, che viene preso per umorismo. Ho due amici: con il primo ho più intimità che confidenza, con il secondo ho più confidenza che intimità. Esco poco, e non sempre quando, o perché, ne vale la pena. Perdóno quasi tutto, più per indifferenza che per buon cuore; l'uso irragionevole delle parole, però, assai meno del resto. Capace assai più di intendere che di volere: leggo, ma per lo più guardo fuori. Come ora.
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